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Al di là del fattore umano

Anche questo è un crimine

Prefazione

Nel linguaggio corrente spesso parlando usiamo termini di cui non conosciamo veramente il significato, mi riferisco a tutte quelle parole anglosassoni il cui utilizzo fa tendenza ma detto tra noi ci dicono poco o nulla senza un dizionario alla mano.

Per esempio “mobbing” è un gerundio sostantivato inglese derivato da “mob” (coniato nel 1688 dal dizionario Merriam-Webster) dall’espressione latina “mobile vulgus”, che significa “gentaglia mobile” cioè “una folla grande e disordinata” dedita al vandalismo. Da qui il significato assunse nel tempo anche una connotazione spregiativa, per cui “mob” era anche in assenza di azioni violente, equivalente pressappoco all’italiano “plebaglia”.

Con il termine mobbing s’intendono una serie di comportamenti aggressivi messi in atto dal datore di lavoro o dai colleghi ai danni di un lavoratore allo scopo di annientarlo psicologicamente e socialmente alfine di indurre la persona mobbizzata a licenziarsi o a provocarne il licenziamento evitando che si crei un caso sindacale.

Nel nostro Paese si calcola (per difetto) che ci sia almeno un milione e mezzo di lavoratori mobbizzati.

Gli esperti distinguono fra mobbing orizzontale e verticale. Il mobbing “verticale” definito anche bossing, è quello messo in atto dai dirigenti dell’azienda verso i dipendenti con l’intento di costringerli a dare le dimissioni.

Anche se è il capo, il fautore del mobbing, raramente i colleghi della vittima ne prendono le difese, questo perché non intendono rischiare di scontrarsi con un superiore, e per quieto vivere o nella speranza di fare carriera preferiscono assecondarlo.

Il mobbing “orizzontale” invece è praticato dai colleghi nei confronti di un altro lavoratore, trovando un capro espiatorio su cui far ricadere la colpa della disorganizzazione aziendale.

Il mobbing in pratica può assumere varie forme, dalla diffusione di malignità, all’esclusione dalle attività sociali, alle ricorrenti critiche, all’assegnazione di mansioni dequalificanti.

Tra le più comuni forme di mobbing s’includono:

circle06_gary.gif  i continui rimproveri anche per piccolezze da parte di un superiore,

circle06_gary.gif  la sottrazione di spazi e strumenti necessari per svolgere il proprio lavoro,

circle06_gary.gif  l’affidamento da un giorno all’altro di incarichi inferiori alla propria qualifica o estranei alle proprie competenze,

circle06_gary.gif  la sottrazione di pratiche sino a lasciare senza lavoro il dipendente,

circle06_gary.gif  il rifiuto di ferie e permessi in precedenza concessi senza problemi,

circle06_gary.gif  l’esclusione da riunioni e/o feste aziendali.

Gli studi condotti da Heinz Leymann, psicologo svedese, pioniere della ricerca sul mobbing, hanno concluso che il mobbing non dipende dal carattere della vittima, ma è una patologia dell’organizzazione aziendale.

Qualsiasi persona in qualunque posizione può essere vittima di mobbing, ma alcune classi di lavoratori sono più a rischio di altre.

In particolare:

circle06_gary.gif  i neoassunti perché non ancora integrati nel gruppo precostituito,

circle06_gary.gif  gli “anziani” perché costano all’azienda molto di più,

circle06_gary.gif  i diversi e gli anticonformisti perché disomogenei rispetto al gruppo,

circle06_gary.gif  gli onesti perché rifiutano i compromessi e i comportamenti scorretti,

circle06_gary.gif  le persone particolarmente esperte ed efficienti che sono considerate pericolose concorrenti, per la loro professionalità e per il loro attivismo che fanno risaltare la mediocrità degli altri.

 

Chi impiega questa forma di accanimento per far carriera o per eliminare qualche pericoloso avversario, è psicologicamente una persona cinica con una personalità poco creativa e borghese, gelosa e invidiosa dei suoi colleghi.

Se il promotore del mobbing è un dirigente, preferisce attorniarsi di persone che considera inferiori a lui e che lo assecondano passivamente.

In realtà dietro la parola “mobbing” c’è molto di più, c’è una storia, un nome, una vita...

 

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Sono cresciuta a pane e doveri, questa è sempre stata la filosofia di vita dei miei genitori, gente all’antica e sia mio fratello che io abbiamo sempre creduto che fosse la cosa giusta. Prima a scuola, poi nel mondo del lavoro, ho sempre dato il massimo dell’impegno convinta che fosse il minimo.

Poi, un bel giorno come un fulmine a ciel sereno un avvenimento ha distrutto le mie convinzioni e sconvolto la mia vita.

Quel lunedì 29 Gennaio 2007 faceva freddo e un velo di nebbia avvolgeva Padova, la città dove abito, mi ero svegliata di buona lena e come ogni mattina da trentatré anni mi accingevo a raggiungere il mio posto di lavoro . . . . .

 

 

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